Le utopie concrete delle donne

dicembre 1, 2014 § 1 Commento

celeste grossi

éA cura di Maria Antonietta Selvaggio, Educatrici di società. Racconti di donne e di cura (Edizioni Scientifiche e Artistiche, 2014).

 

Donne di generazioni diverse si narrano e si incontrano in un libro curato con cura da Maria Antonietta Selvaggio, ricercatrice di sociologia generale della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Salerno[1].

L’intento di Selvaggio è «dare voce a vissuti di donne particolarmente significatividal punto di vista delle responsabilità dinanzi a se stesse e al mondo».

È quello della cura, scelta da tutte come pratica quotidiana “eminentemente politica”, il filo che lega l’agire delle educatrici di società, protagoniste delle esperienze narrate, raccolte da altre donne.

Ne risulta una tela di esperienze di donne di generazioni diverse, attive in modi differenti in ambito socio-educativo. C’è la maestra militante comunista, la femminista, la regista e attrice teatrale, la cooperante volontaria in Africa, la figlia di una vittima di camorra, l’attivista per i diritti umani, la volontaria che combatte con arte il mercato clandestino di organi (insieme usura e camorra ad esso strettamente collegate), l’insegnante che diffonde la cultura della pace, la direttora di una scuola di teatro, la formatrice che accompagna le donne a orientarsi nell’imprenditoria, la docente universitaria che tornata da Berlino in Italia si è attivata per il reinserimento lavorativo dei drop out, la terapista impegnata con bambine e bambini con disabilità, chi ha scelto la scrittura come terapia contro la solitudine e ha trovato compagnia.

Le protagoniste sono donne che lottano con tenacia per cambiare il mondo, quello vicino e quello lontano. Che agiscono con determinazione contro le ingiustizie, per l’eliminazione delle discriminazioni, per i diritti umani di tutte, di tutti. Donne che agiscono e prendono parola, con sguardo e pensieri di donna, convinte che ogni questione ci riguardi.

Nel libro c’è molto dolore. Mai rassegnazione. «La mia debolezza diventata la mia benzina, è mia madre, oggi porto un doppio sorriso sul volto, il mio e il suo, mi auguro che ogni persona che incontra me incontri anche lei. La scrittura ha dato forma alla voglia di non vergognarmi della mia sensibilità e di volerla condividere anche con gli altri». Dice. nell’intervista raccolta da Lucia Tortora, Alessandra Clemente, figlia di Silvia Ruotolo, uccisa a Napoli dalla camorra.

Nota

1. Il volume raccoglie i primi risultati del Progetto “Donne educatrici nell’area del Mediterraneo, avviato nel 2010 dall’Università di Salerno.

[1]

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