Matteotti

luglio 8, 2014 § Lascia un commento

éPiero Gobetti, Matteotti, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2014, pp. 80, € 9,00.

cesare pianciola

Il 1924 fu un anno decisivo nel tormentato periodo che portò al consolidamento della dittatura fascista. Alle elezioni del 6 aprile, in un clima di violenze e di brogli, i fascisti ottennero il 65% dei voti e, per la legge maggioritaria Acerbo, i due terzi dei seggi alla Camera. Il deputato socialista Giacomo Matteotti, che aveva pronunciato un coraggioso discorso in cui denunciava le illegalità e le intimidazioni, fu sequestrato da una squadra fascista e ucciso il 10 giugno. I suoi resti saranno ritrovati nella campagna romana il 16 agosto: si aprì una crisi del fascismo al potere che durerà parecchi mesi. In questa crisi le opposizioni non parteciparono ai lavori parlamentari e formano il cosiddetto Aventino, aspettandosi che il Re esigesse le dimissioni di Mussolini e fossero indette nuove elezioni. Ciò non avvenne e con il discorso del 3 gennaio 1925 Mussolini riprese in mano la situazione, dando inizio alla vera e propria dittatura, che eliminava quel che ancora rimaneva dell’assetto giuridico e istituzionale liberale.

Gobetti era lontano dal riformismo di Matteotti (segretario del Partito Socialista Unificato, che era nato nel 1922 raccogliendo l’ala riformista del PSI). Ma pubblicò su “La Rivoluzione Liberale” un saggio, che diventò poi il piccolo libro Matteotti, in cui rivalutava la concretezza del dirigente socialista contro il massimalismo inconcludente e, soprattutto, lo ritraeva come l’antitesi di Mussolini, come il campione della serietà politica contro la demagogia. «Sentiva – scrive Gobetti – che per combattere utilmente il fascismo nel campo politico occorreva opporgli esempi di dignità con resistenza tenace. Farne una questione di carattere, di intransigenza, di rigorismo. […] Come segretario del Partito Socialista Unitario aveva condotto la lotta contro il fascismo con la più ferma intransigenza. […] E fu Matteotti a stroncare non appena se ne parlò ogni ipotesi collaborazionista della Confederazione del Lavoro: non si poteva collaborare col fascismo per una pregiudiziale di repugnanza morale, per la necessità di dimostrargli che restavano quelli che non si arrendono».

Marco Scavino, che già aveva pubblicato una riedizione del saggio gobettiano, con introduzione e ampia cronologia (Il nuovo Melangolo, Genova 1994), ha ora scritto una Postfazione alla riedizione anastatica del Matteotti, per le Edizioni di Storia e Letteratura, in cui colloca con molta precisione lo scritto di Gobetti nell’evoluzione del suo pensiero politico e si conclude con queste parole: «non è certo casuale che, fra gli scritti di Gobetti, sia stato proprio questo a essere recuperato e ristampato per primo, vent’anni più tardi, sul finire della seconda guerra mondiale e della dittatura fascista, dapprima in Svizzera e poi in Italia, negli ambienti antifascisti di matrice socialista, azionista e liberaldemocratica. Evidentemente quell’opuscolo, breve e incisivo, non solo era stato conservato, ma era rimasto bene impresso nella memoria di alcuni gruppi, come espressione di quell’opposizione intransigente al regime, raccolta soprattutto attorno alle organizzazioni dei lavoratori, di cui Matteotti era stato protagonista. E che Gobetti, da parte sua, aveva saputo raccontare, interpretare ed esaltare in maniera così efficace». Un libro che potrà essere consigliato agli studenti per uscire da oleografie generiche e capire le ragioni profonde dell’antifascismo.

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