Io partigiana. La mia Resistenza

luglio 6, 2014 § Lascia un commento

éLidia Menapace, Io partigiana. La mia Resistenza,  Manni, 2014.

maria letizia grossi

Sono stata molto contenta di leggere il suo nuovo bel libro di LidiaMenapace, perché l’autrice è un punto di riferimentoimportante per me e per molte e molti di noi, una protagonista della vita civile e politica dell’Italia, a partire dalla Resistenza fino ad ora, che ha appena compiuto 90 anni, quale partigiana, pacifista, femminista,politica militante, saggista, scrittrice. Maestra di pensiero e di pratiche, teorica capace di sintesi importanti e di grandi intuizioni, sempre espresse con grande chiarezza, mai intono didascalico, ma sempre all’interno di un  dialogo con lettori e lettrici, da persona curiosa, positiva e propositiva.

Staffetta partigiana giovanissima, nel dopoguerra impegnata nei movimenti della sinistra cattolica, insegnante universitaria, (perse la cattedra alla Cattolica per essersi dichiarata marxista); poi, trasferitasi in Alto Adige,fu la prima donna eletta nel consiglio provinciale di Bolzano, e, in quella stessa legislatura, anche la prima donna ad entrare nella Giunta provinciale. Nel 1969è tra i fondatori e le fondatrici de il manifesto, di cui è stata animatrice e voce forte e tra le promotrici del Movimento Cristiani per il Socialismo, ed è una delle rappresentanti più importanti del pacifismo e del femminismoitaliano.

Nelle elezioni politiche del 2006 venne eletta al Senato nelle liste di Rifondazione Comunista e fu proposta, lei pacifista, quale responsabile della Commissione Difesa, con scandalo da parte della destra.

Ha scritto molti libri, ne cito solo alcuni:Per un movimento politico di liberazione delle donna,1973, Economia politica della differenza sessuale, 1987, Né indifesa né in divisa, 1988,Nonviolenza, 2004, Lettere dal Palazzo,2007.Vi leggiamo una rilettura dell’economia che mette al centro le modalità che consentono la vita delle persone umane, comprendendo quindi tutto il lavoro di riproduzione e di cura, da riconoscere e rivalutare, ma anche come luogo capace di introdurre la coscienza del limite, indispensabile perché la produzione non diventi eccesso e disastro ambientale. Molto sottolineati sono l’uso non sessista e privo di metafore belliche del linguaggio e la ricerca della parte cancellata e dimenticata della storia. In particolare sulla Resistenza, prima di quest’ultimo, ha scritto Resisté, del 20011.

Io partigiana. La mia Resitenza, è un testo largamente autobiografico, ma anche molto politico – Lidia Menapace ricorda sempre il carattere politico della Resistenza –  e,a partire da sé, offre una visione più generale degli eventi e del loro significato, con unaincisivariflessione su “l’altra Resistenza”, quella fatta senza armi, che fu soprattutto delle donne, staffette ma anche tante altre, e dei civili, resistenti in varie collocazioni e situazioni. Un’analisi che ho letto con particolare commozione perché, come Lidia, mio padre è stato un partigiano pacifista:“Non ho mai ucciso nessuno”, è stata la cosa che ci ha sempre detto, e del periodo della Resitenza ha sempre ricordato le opere pacifiche, a favore della vita dei compagni e dei civili. Penso che ricordare lo slogan di Lidia: Fuori la guerra dalla storiasia molto importante in questi tempi in cui ancora conflitti armati, fin nel cuore dell’Europa, aggravano le condizioni di vita di uomini e donne.

Questo è un libro che sceglie una comunicazione chiara, politica, soprattutto di insegnamento e di trasmissione di valori alle e ai più giovani, come è scritto nella prima pagina, intitolata con un verso della canzone di Calvino Oltre il ponte: “Io vorrei che a narrarti riesca”. Lidia si è sempre occupata di scuola e di educazione  e qui, proprio per questo desiderio di comunicare e di far capire, delle brevi e chiare schede storiche, anche sul periodo fascista prebellico e poi precedente all’armistizio dell’otto settembre, integrano il racconto, soprattutto per quelli che sono nati dopo e non sanno tanto di quella lotta e di quegli ideali. Ma questo libro, come il precedente, serve tanto anche a chi sa di più, perché, nel suo stile pacato, l’understatement che Lidia definisce congenito, emoziona e appassiona, fa pensare e rafforza. Ne abbiamo letto delle  pagine lette al corso di lettura e scrittura di cui sono docente, ci hanno toccato e ci hanno fatto rifletteresu temi e pensieri che non sono lettera morta, non possono esserlo, sono alla base della nostra convivenza civile, della nostra libertà, della Costituzione, dell’Italia democratica. La Resistenza è una storia che continua nel presente. Ci sono, inserite nel racconto,  le canzoni dei partigiani, quella di Calvino che citavo, quelle di NutoRevelli, Bella ciao, Soffia il vento e altre. C’è la nobile risposta di Piero Calamandrei alla pretesa di Kesselring, liberato quasi subito la condanna e tornato in Germania, che gli italiani gli erigessero un monumento per il suo comportamento quale comandante in capo delle forze di occupazione nazist in Italia. Ci sono, nella Prima Appendice, le Lettere dei condannati a morte della Resistenza, mentre la Seconda Appendice sintetizza la tragedia degli internati militari italiani in Germania.

La scritturaè non letteraria per scelta, eppure, proprio nella sua spontaneità e semplicità, nella sua disinvolta e allegra modalità giovanile, ha esiti non solo di efficace evidenza comunicativa, ma anche narrativamente suggestivi. È notevole la capacità di alternare i registri, da quello lieve, talvolta divertito, del racconto della clandestinità nel quotidiano, fino ai toni dolorosi, forti, pur nell’assenza di retorica, dei tanti momenti drammatici. 

Il lessico è esplicito, quotidiano, piano, a tratti spruzzato da uno humour sereno, a tratti teso, incisivo, ma senza alcuna forzatura o enfasi.

   Tra i temi importanti e appassionati: il pacifismo, sottolineato dalla scelta della staffetta Lidia di non trasportare armi e riaffermato anche dal padre, appena tornato a fine guerra da un lager nazista; il rifiuto dell’odio, pur così naturale in circostanze in cui tanti sono vittime di sopraffazioni e di violenza; la lotta per la libertà come avventura umana e “normale”, vista come lavoro e collaborazione coi compagni volontari della libertà; la Resistenza come fenomeno complesso, con molte facce,tra loro spesso integrate; la bellezza della condivisa fragilità dei corpi, nucleo primo di ogni riconoscimento e rispetto delle altre e degli altri, come noi capaci di sofferenza e di paura; l’orrore per chi uccide e gode di uccidere, nel nome di un “eroismo guerriero” e di un machismo menefreghista, di matrice dannunziana-futurista, e arriva a deridere le vittime; in Lidia la forte determinazione a trasmettere gli ideali di quel tempo doloroso e denso di significato e dignità; la volontà di far confluire le forze di tutti quelli che lottarono allora per un paese libero e non violento con le nuove energie giovani, che a quegli ideali fanno ancora riferimento.

   Una scelta, quella di partigiana, o delle cose clandestine, come l’autrice le definisce, che Lidia con modestia dice si è trovata a fare quasi inavvertitamente. In realtà dietro ogni comportamento c’è per lei una scelta consapevole, riflessione, affetti, apporto ed esempio familiare e culturale, ed è un cammino compiuto via via nel concreto, sperimentando e scegliendo “dentro” le situazioni e i rapporti. C’è in tutte le pagine il senso che, in questo momento importante per l’Europa, la Resistenza, la lotta, il ricordo e il testimone che ci viene da questo libro, sono all’origine non solo dell’Italia democratica e libera, ma anche dell’Europa democratica e libera, fatta di persone e non per le banche e le finanziarie, quella che prese le mosse dal manifesto di Ventotene e dagli ideali dei volontari della libertà, l’Europa che vogliamo ricostruire.

Nota

1-                 Lidia Menapace, Resisté, Il dito e la luna, 2001.

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